Riflessioni sulla mia città

Riflessioni sulla mia città

Riflessioni sul futuro della mia città, o forse sul presente.
La Treccani definisce la CITTA’: “centro abitato di notevole estensione con edifici disposti più o meno regolarmente, in modo da formare vie di comoda transitabilità, selciate o lastricate o asfaltate, fornite di
servizi pubblici e di quanto altro sia necessario per offrire condizioni favorevoli alla vita sociale. Il concetto è legato a una molteplicità di funzioni di varia origine ed indole, economiche, sociali, culturali, religiose,
amministrative, sanitarie, ecc…”


Credo che partire da questa definizione possa aiutarmi a pensare alla città che vorrei, alla Roma che vorrei, all’idea che oggi si possano costruire delle basi nuove per risaldare un patto che da tempo sento spezzato tra cittadino e città/istituzioni.


Apro gli occhi e vedo la mia città e soprattutto il Centro Storico, già con mille problemi, messi KO dalla Pandemia.

Negozi chiusi e strade deserte e le persone, poche, che timidamente e con i doverosi timori si riaffacciano alla vita.

Amazon impera, (ovviamente anche per me Amazon è utile, lo utilizzo e non gli sto assolutamente rivolgendo una critica), non si esce più di casa, i negozi chiudono, le strade si svuotano lasciando spazio al DEGRADO.

Perché laddove le serrande sono abbassate e gli uffici sono chiusi, la parte
oscura, sommersa e avvelenata prende il sopravvento. Vengono meno quelle condizioni favorevoli alla vita sociale di cui sopra.

Solo che la maggior parte delle persone non si rende conto di dove questo porterà in molto poco tempo, a causa del Covid, ancor meno tempo. E Amazon non verrà a pulire i marciapiedi di fronte a casa vostra.


La strada dovrebbe essere quel luogo della città in cui ci si incontra, in cui si fanno cose.
Un luogo di scambio, di libertà, di diritti, di necessità, di doveri, di piacere, di vita.
Negli anni ci si è dimenticati della pluralità di voci, delle differenti istanze che caratterizzano una cittadinanza sana in una democrazia sana.


Chiuso l’Ospedale San Giacomo, i residenti veri sono veramente pochi, complici la ztl chiusa e la mobilità alternativa inesistente, l’impossibilità di ricevere amici e parenti, i supermercati e tantissimi altri servizi
troppo distanti.

Hanno cominciato a prolificare solo e soltanto posti in cui si mangia e bed and breakfast.

Chiusa la Feltrinelli, sede storica di Via del Babbuino, chiusa la libreria Ferro di Cavallo, i nostri vicini, chiuso il Metropolitan, cinema meraviglioso, uno dei pochi a Roma in cui si poteva apprezzare un film nella sua
lingua originale, è passato il messaggio che della cultura, della storia e degli ospedali si può fare a meno.

CHIUSI


Se chiudo gli occhi mi trovo in Via Ripetta, è il 1984, insieme a mia madre stringendo nel mio piccolo pugno un lembo del suo vestitone; camminiamo sul marciapiede di una strada piena di vita, di energie mattutine,
di lavoro e quotidianità.

Seduta sulla sedia di paglia appena fuori la sua bottega c’è la fioraia che ha i capelli lunghissimi e grigi raccolti in un modo tutto suo e ha i lobi delle orecchie allungati da orecchini troppo pesanti.

Controlla il via vai e un po’ mi fa paura.


All’ angolo con Via Brunetti c’è la latteria Artemio con un bancone di marmo di Carrara pazzesco dove ti riempiono i maritozzi di una panna che sa ancora di latte vero con la “cucchiara” di legno.


C’è sempre Annibale dove compriamo fegato tutti i giorni perché mangio solo quello e la pasta col pesto.


C’è De Magistris, una cartoleria meravigliosa dove adoro farmi comprare qualunque cosa.

C’è la farmacia Camponeschi, ma dall’altra parte. Poi Ripetta Games e Cose Fritte.

C’è il Pollarolo. E il camiciaio con i baffi.


Arriviamo a Piazza Ferro di Cavallo, dove c’è il Liceo e l’ Accademia di Belle Arti, l’arco tra la piazza e Passeggiata di Ripetta è aperto e fruibile.

Non è CHIUSO, e in un attimo sei su Lungotevere.

Accanto al nostro negozio Carucci, la libreria di Arte Ferro di Cavallo con i nostri vicini Peppe, che fuma sempre il sigaro mentre mio nonno Marcello gli fa compagnia con una sigaretta, e Sergio e Lena dai boccoli castani.


La città è viva e pulsante, le donne hanno la permanente e le spalline e non si vestono in tuta e va tutto più o meno bene.

Gli uomini pure sono vestiti bene, con dignità e se piove escono con l’ombrello, un bell’ombrello, non di quelli cinesi che si rompono dopo due gocce e che ritroviamo rotti buttati nei secchi della spazzatura.

Le librerie sono aperte e costituiscono un luogo di incontro per artisti e intellettuali. I cinema non sono sale bingo e a Via del Corso c’è il Metropolitan.

E poi la Galleria San Carlo, un negozio di giocattoli belli dove trascino mia nonna a tradimento. Ho solo 3 anni e tanti punti fermi.


Oggi a 40 non ho punti fermi, ma tanti dubbi e tanta paura. Nonostante gli sforzi e la fatica. E i sacrifici di generazioni.


So però che vorrei tornare a sentire la mia città pulsare, vorrei ci fosse educazione, rispetto, libertà, maturità, ragionevolezza, equilibrio e giustizia.

Vorrei un Centro storico degno di una delle città più belle del mondo.

Vorrei il cinema all’aperto, vorrei le sale cinema in generale e le librerie e le strade con il fioraio e il calzolaio e i turisti quelli che ci amano e rispettano.


Cosa posso fare io nel mio piccolo, mi domando.

Intanto comincio dal marciapiede davanti a negozio, lo tengo pulito e in ordine, ogni mattina, comincio mettendo un cesto di fiori fuori dalla mia bottega, ricercando ogni giorno bellezza, qualità, serietà, sincerità e verità.


Vi prego, facciamolo tutti!

Non lasciamo morire le nostre strade e la nostra bella città

One Response

  1. si….non lasciamo morire la nostra bella città , anche se uscendo dalla vostra bottega , ogni volta che alzo gli occhi verso sinistra a cercare le finestre di quella che era la casa di mia zia , dove noi quattro fratelli venivamo a giocare con i nostri 8 cugini , mi rendo conto che non è solo passato tanto tempo , ma che non c’è più la magica atmosfera della Roma della mia infanzia/giovinezza , magica nonostante tutto

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